4/23/2012
PROFANAZIONI Trittico dello Spaesamento (1° quadro il minotauro)
27, 28 e 29 aprile 2012 ore 21
Debutta a Centrale Preneste Profanazioni, Trittico dello spaesamento (primo quadro: Il Minotauro) di Roberta Nicolai, prodotto da triangolo scaleno teatro. Lo spettacolo prende le mosse dall’omonimo libro di Giorgio Agamben. L’urgenza espressiva e la materia su cui lavora la Nicolai sono l’identità dell’individuo, la sua frantumazione, la percezione di sé all’interno dell’archivio fisico ed emotivo.
Due in scena. Sono Uno e Lo stesso. Due corpi, duplicazione di un unico essere. Entrambi sono l’originale. Entrambi sono motore di azioni, gesti, coincidenze, gioco, regole e invenzioni. Entrambi sono la creatura che si sveglia in un presente inafferrabile. Ognuno vede sé nell’altro. In fondo ad un corridoio, nell’angolo di una porta, nel vuoto di una stanza. Si riconosce da sguardi incerti. La creatura cerca la sua identità attraverso la relazione con se stessa.
Un universo maschile in cui il corpo è unico dato reale presente. La loro relazione è un movimento e il movimento costruisce la casa, un labirinto continuamente modificato. La potenza delle azioni obbligano il corpo ad esporsi, espandersi, arrivare al limite della forza.
Materia scenica è il corpo vivo in relazione a corpi opachi, sette materassi. Tutto ciò che chiamiamo realtà è in video. Una torta di compleanno, un prato, una fanciulla addormentata e poi foto di famiglia, una madre, un bambino sono le immagini di un’esistenza che cerca di tirare i fili di se stessa. Galleggiano. Sono ricordi, desideri inesauditi. Sono il mondo. La realtà è un artificio tecnico che non si lascia usare del tutto. Per catturarla c’è bisogno della materia, di una superficie chiara che la scovi e la contenga. Una materia intima e privata, come la superficie di un materasso.
L’intimità con una zona di non-conoscenza è una pratica mistica quotidiana, in cui Io, in una sorta di speciale, gioioso esoterismo, assiste sorridendo al proprio sfacelo.
(G. Agamben, Profanazioni)
È possibile rispondere alla domanda – chi sono? soltanto con la pratica. E questa pratica è la scena. Le azioni della scena sono la traccia materiale del rapporto di un uomo con se stesso. Il labirinto è la sua griglia di esperienza, il luogo dove incontra se stesso immaginando di relazionarsi con un altro se stesso. La percezione che ognuno ha di sé è parziale. Da una parte la piccola sponda del conosciuto. Al di là di quel limite, troppo vicino, l’abisso di ciò che non conosce, l’impersonale. Procedere oltre il limite è affascinante e pericoloso, si può incontrare la propria storia. Si può incontrare la figura che ci supera e ci eccede, il simbolo dell’unicità individuale, il Minotauro, mito in cui ogni uomo può vedere riflessa, nella figura ambigua e doppia, la propria arrogante presunzione di unicità e l’inafferrabilità dell’immagine che ha di se stesso.
L’uomo contemporaneo è una soglia, tra conoscenza e ignoranza di sé. Di sé sa ormai troppo e niente. Sillaba la realtà, dà nome alle cose. E ogni più piccola esperienza è il primo movimento, la prima parola di un’indagine che si deve pensare in un remoto passato per poter muovere fragili passi in un futuro tutto da immaginare.
Ideazione, drammaturgia e regia Roberta Nicolai
con Michele Baronio e Enea Tomei
Costumi e scene Andrea Grassi
Disegno sonoro Gianluca Stazi
Disegno luci Roberta Nicolai
Video a cura di Adriano Mestichella
In video Katia Caselli, Manuela Miscioscia
Scenotecnica Claudio Petrucci, Amoni Vacca
Sartoria Atelier Nove
Produzione: Chantier TEMPS D’IMAGES 2010/Romaeuropa, OFFicINa1011 triangolo scaleno teatro, in collaborazione con Residenza Teatro Misa_Comune di Arcevia Progetto Habitateatro AMAT e Teatro Furio Camillo_Roma
Biglietti intero 10€, ridotto 8€
Promozione per il 27 aprile: biglietto intero 8 euro – per i lettori TROVAROMA serata con a disposizione 40 biglietti a 2 euro telefonando al numero indicato sul settimanale in uscita giovedì 26 aprile
4/16/2012
L'amore impaziente
| Foto di Matteo Rondella |
Roma e Milano, due grandi metropoli, due capitali della cultura e dell’arte, due città diversamente rappresentative della tradizione religiosa (la ‘città eterna’ e la ‘città ambrosiana’) diventano un unico palcoscenico del sacro, in un evento che traccia una linea unitaria simbolica di riflessione sulla spiritualità. A partire dal successo delle due edizioni de I Teatri del Sacro (Lucca 2009 e 2011), nelle settimane prima e dopo la Pasqua 2012 saranno proposti in contemporanea a Roma e a Milano alcuni degli spettacoli più rappresentativi del Festival.
La Capitale ospiterà 14 spettacoli in 7 spazi (Teatro Tor Bella Monaca, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Centrale Preneste Teatro, Sala Cantieri Scalzi, Basilica di San Saba, Basilica di Santo Stefano Rotondo, Sala della Comunità Santa Silvia) per due mesi, in una serie di appuntamenti dal 28 marzo al 26 maggio.
Gli spettacoli selezionati per il progetto, coerentemente con la scelta artistica alla base del Festival I Teatri del Sacro, spaziano nei diversi approcci alla spiritualità e nei molteplici linguaggi della scena: dai testi biblici alle tradizioni popolari, dalla prosa alla danza, dal teatro ragazzi a quello di narrazione.
La scelta è quella di collocare gli spettacoli nei luoghi della quotidianità, per sottolineare la stretta relazione tra arte, vita e spiritualità, e tra il teatro e la città, privilegiando le aree urbane periferiche, come i Teatri di Cintura e le Sale della Comunità, dando vita a una teatralità diffusa innestata negli spazi della vita sociale e comunitaria.
20 aprile, ore 21 – Centrale Preneste Teatro (Roma)
Intergea – L’amore impaziente
di Valeria Moretti
con Daniela Poggi
regia di Silvio Peroni
Una donna, nel chiuso della sua stanza assapora e testimonia il piacere della ribellione, l’infinitezza del desiderio, la voluttà del sacrificio, il colore della solitudine. L’amore della donna nei confronti dell’uomo e l’amore della mistica nei confronti del divino si protraggono nello spettacolo in un parallelismo che non si svela mai completamente. Sotto i nostri occhi si dispiega, attraverso questo personaggio femminile, un universo a sé, coinvolgente e impervio, fragile e duro, ossessivo e malinconico. Il percorso mistico verso l’Amato non conosce né tregua né riposo, è un amore impaziente, smisurato, ossessivo, esuberante, ostinato, che si dà senza risparmio.
Biglietti intero € 5,00 - ridotto € 2,00
Info e programma completo:
federgat@federgat.it – tel. 0644242135
http://blog.iteatridelsacro.it - www.federgat.it
4/05/2012
Scappa scappa, le caprette e il lupo
sabato 14 aprile ore 21.00
domenica 15 aprile ore 16.30
Testo, ideazione scenica e regia Tiziana Lucattini
I luoghi Tana del Lupo - Casetta delle Caprette - Bosco – Strada
Mamma Capra Rossana Damiani
Figlia Capretta Simona Parravicini
Lupo Fabio Traversa
Collaborazione alla drammaturgia e alla messa in scena Fabio Traversa
Collaborazione alla coreografia e ai movimenti di scena Rossana Damiani, Fanny Guinsbourg
Direzione musicale Antonella Talamonti
Realizzazione scene Francesco Persico
Costumi e oggetti di scena Paola Romoli Venturi
Disegno luci Luca Barbati e Martin Beeretz
La nostra storia parte da una fiaba popolare slovena, dalle sue tappe fondamentali e universali come struttura e rappresentazione simbolica: il lupo, la casa, il bosco, l’abbandono, la prova, il pericolo, la furbizia, il superamento.
Ma prende poi una sua strada originale e necessaria: non c’è qui un lupo buono, ma neanche un lupo cattivo.
C’è un grande Lupo-bambino che sente pulsioni aggressive e voraci, ma sente anche tenerezza, solitudine, rabbia, desiderio di compagnia e di calore. Un grande Lupo-bambino insieme buffo e maldestro, giocoso e pericoloso, ma soprattutto segnato da una forte differenza rispetto al suo corrispettivo fiabesco: ha conosciuto un dolore, una perdita.
Questa differenza rende particolarmente toccante il rapporto con Mamma Capra e sua Figlia Caprettina. Infatti quando la piccola cadrà nella trappola tesa al Lupo dai cacciatori, “due zampe e un fucile”, per dirla con Pennac, il Lupo non ne approfitterà. Anzi, recherà salvezza.
La storia, così, (“una storia vera ...che fa paura...” come dirà ad un certo punto il Lupo) diventa quella della musica dei fucili; diventa quella di Caprettina che si dibatte nella trappola e di Mamma Capra che accorre e, stupita, non sa più chi è il nemico; diventa quella del ricordo di un piccolo lupo, abbattuto troppo piccolo.
Una mamma, Mamma Capra, che non è infallibile, inventata o idealizzata, bensì reale, che forse sottovaluta la personalità della figlia, il suo desiderio di autonomia. Una mamma che sa crescere, però, insieme a lei.
C’è un cattivo, ma non si vede. E non ce la prendiamo certo con il sempre ben accetto cacciatore taglia-pance delle fiabe, quanto piuttosto, nella nostra trasposizione, con una mano cieca e armata, forse stupida, che neanche conosce le sue vittime.
Le caprette, più ancora dei loro affini porcellini o cappuccette rosse, vibrano poeticamente, nel pericolo, di una particolare innocenza e diventano metafore di una condizione, quella dell’infanzia, sempre in bilico e a rischio, condizione quasi sacrificale. Ma qui, il Lupo, è a loro quasi affratellato.
Rompendo il dogma che il cattivo per definizione sia il male e il buono per definizione sia il bene, la storia si concentra su un altro fuoco: non c’è uno che vince e uno che perde, piuttosto avviene un contatto. E questo contatto si produce attraverso la perdita, il dolore, la condivisione, il rischio di un rapporto.
Il superamento finale delle prove di crescita, che nelle fiabe porta all’annientamento dell’altro, qui non c’è; e, più che furbizia, c’è intuizione, ascolto, rispetto, solidarietà.
Lo spettacolo è dedicato ai bambini più piccoli, dai tre anni ai sei, ma include gli adulti, mamme e lupi cattivi che siano. La forma scelta è quella di un teatro che si accompagna alla danza. La scrittura del testo è concisa, veloce, fatta di filastrocche e parole musicali: drammaturgia che suggerisce ritmo, pulsazione vitale, suono, e che dialoga a sua volta con le musiche scelte e il movimento, musica esso stesso, delle danzatrici e dell’attore. La narrazione si accomoda e si disegna nell’ascolto e nel dialogo delle parti.
La scena, montata su una pedana rotonda e rotante, è composta da un tramezzo con porta e finestra e, dalla parte opposta, da rami alti e lunghi. Sono i due luoghi principali della narrazione, la Tana del Lupo, la Casa delle Caprette. La distanza fra Casa e Tana è una strada curva disegnata in terra.
I colori: legno e vari toni di grigio azzurro. Le rotazioni della pedana possono essere di vari gradi, da minimi a 360 ° e permettono così dei punti di vista diversi, come un obiettivo di cinepresa. L’impianto di sapore cinematografico è infatti presente nella regia e nel montaggio, appunto, delle scene.
Età consigliata: 3-10 anni - biglietto € 5,00 posto unico
domenica 15 aprile ore 16.30
Testo, ideazione scenica e regia Tiziana Lucattini
I luoghi Tana del Lupo - Casetta delle Caprette - Bosco – Strada
Mamma Capra Rossana Damiani
Figlia Capretta Simona Parravicini
Lupo Fabio Traversa
Collaborazione alla drammaturgia e alla messa in scena Fabio Traversa
Collaborazione alla coreografia e ai movimenti di scena Rossana Damiani, Fanny Guinsbourg
Direzione musicale Antonella Talamonti
Realizzazione scene Francesco Persico
Costumi e oggetti di scena Paola Romoli Venturi
Disegno luci Luca Barbati e Martin Beeretz
La nostra storia parte da una fiaba popolare slovena, dalle sue tappe fondamentali e universali come struttura e rappresentazione simbolica: il lupo, la casa, il bosco, l’abbandono, la prova, il pericolo, la furbizia, il superamento.
Ma prende poi una sua strada originale e necessaria: non c’è qui un lupo buono, ma neanche un lupo cattivo.
C’è un grande Lupo-bambino che sente pulsioni aggressive e voraci, ma sente anche tenerezza, solitudine, rabbia, desiderio di compagnia e di calore. Un grande Lupo-bambino insieme buffo e maldestro, giocoso e pericoloso, ma soprattutto segnato da una forte differenza rispetto al suo corrispettivo fiabesco: ha conosciuto un dolore, una perdita.
Questa differenza rende particolarmente toccante il rapporto con Mamma Capra e sua Figlia Caprettina. Infatti quando la piccola cadrà nella trappola tesa al Lupo dai cacciatori, “due zampe e un fucile”, per dirla con Pennac, il Lupo non ne approfitterà. Anzi, recherà salvezza.
La storia, così, (“una storia vera ...che fa paura...” come dirà ad un certo punto il Lupo) diventa quella della musica dei fucili; diventa quella di Caprettina che si dibatte nella trappola e di Mamma Capra che accorre e, stupita, non sa più chi è il nemico; diventa quella del ricordo di un piccolo lupo, abbattuto troppo piccolo.
Una mamma, Mamma Capra, che non è infallibile, inventata o idealizzata, bensì reale, che forse sottovaluta la personalità della figlia, il suo desiderio di autonomia. Una mamma che sa crescere, però, insieme a lei.
C’è un cattivo, ma non si vede. E non ce la prendiamo certo con il sempre ben accetto cacciatore taglia-pance delle fiabe, quanto piuttosto, nella nostra trasposizione, con una mano cieca e armata, forse stupida, che neanche conosce le sue vittime.
Le caprette, più ancora dei loro affini porcellini o cappuccette rosse, vibrano poeticamente, nel pericolo, di una particolare innocenza e diventano metafore di una condizione, quella dell’infanzia, sempre in bilico e a rischio, condizione quasi sacrificale. Ma qui, il Lupo, è a loro quasi affratellato.
Rompendo il dogma che il cattivo per definizione sia il male e il buono per definizione sia il bene, la storia si concentra su un altro fuoco: non c’è uno che vince e uno che perde, piuttosto avviene un contatto. E questo contatto si produce attraverso la perdita, il dolore, la condivisione, il rischio di un rapporto.
Il superamento finale delle prove di crescita, che nelle fiabe porta all’annientamento dell’altro, qui non c’è; e, più che furbizia, c’è intuizione, ascolto, rispetto, solidarietà.
Lo spettacolo è dedicato ai bambini più piccoli, dai tre anni ai sei, ma include gli adulti, mamme e lupi cattivi che siano. La forma scelta è quella di un teatro che si accompagna alla danza. La scrittura del testo è concisa, veloce, fatta di filastrocche e parole musicali: drammaturgia che suggerisce ritmo, pulsazione vitale, suono, e che dialoga a sua volta con le musiche scelte e il movimento, musica esso stesso, delle danzatrici e dell’attore. La narrazione si accomoda e si disegna nell’ascolto e nel dialogo delle parti.
La scena, montata su una pedana rotonda e rotante, è composta da un tramezzo con porta e finestra e, dalla parte opposta, da rami alti e lunghi. Sono i due luoghi principali della narrazione, la Tana del Lupo, la Casa delle Caprette. La distanza fra Casa e Tana è una strada curva disegnata in terra.
I colori: legno e vari toni di grigio azzurro. Le rotazioni della pedana possono essere di vari gradi, da minimi a 360 ° e permettono così dei punti di vista diversi, come un obiettivo di cinepresa. L’impianto di sapore cinematografico è infatti presente nella regia e nel montaggio, appunto, delle scene.
Età consigliata: 3-10 anni - biglietto € 5,00 posto unico
Un paese vuol dire
venerdì 13 aprile 2012 ore 21.00
Un paese vuol dire
Approfitto dell’invito di CentralePreneste, questo Teatro quale sono legata da affetto e tenerezza quasi di madrina battesimale, per cantare, per una volta da sola, le cose mie più intime.
Le canzoni che non canto mai perché sono legate troppo strettamente alla mia vita: quelle che cantavo ai miei figli bambini, che inventavo solo per loro, e le altre, quelle che mi venivano insegnate da amici come Bruno Trentin e da altri vecchi amici di montagna o ancora quelle trovate facendo ricerca nelle campagne o composte per amici del mare in Cilento. E quelle nate leggendo le interviste di Sandro Portelli: canto con le parole dei parenti dei martiri delle Fosse Ardeatine e dei minatori sfruttati dei monti apalachiani. Canto per raccontare e per far vivere: gli amici come Ivan Della Mea o Corrado Sannucci e le loro canzoni di lotta politica e sociale. Poeti, che la gente non deve dimenticare perché i poeti non possono morire.
Giovanna Marini
Biglietti: intero € 12,00 - ridotto € 10,00
Un paese vuol dire
Giovanna Marini
in concerto
Una serata insieme alla gente che amo e a quella che ho amato e amo ancora anche se non c’è più. Approfitto dell’invito di CentralePreneste, questo Teatro quale sono legata da affetto e tenerezza quasi di madrina battesimale, per cantare, per una volta da sola, le cose mie più intime.
Le canzoni che non canto mai perché sono legate troppo strettamente alla mia vita: quelle che cantavo ai miei figli bambini, che inventavo solo per loro, e le altre, quelle che mi venivano insegnate da amici come Bruno Trentin e da altri vecchi amici di montagna o ancora quelle trovate facendo ricerca nelle campagne o composte per amici del mare in Cilento. E quelle nate leggendo le interviste di Sandro Portelli: canto con le parole dei parenti dei martiri delle Fosse Ardeatine e dei minatori sfruttati dei monti apalachiani. Canto per raccontare e per far vivere: gli amici come Ivan Della Mea o Corrado Sannucci e le loro canzoni di lotta politica e sociale. Poeti, che la gente non deve dimenticare perché i poeti non possono morire.
Giovanna Marini
Biglietti: intero € 12,00 - ridotto € 10,00
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